27/01/2012

Traccia di riflessione: IV Ordinario (B 2012)

Il Portogallo vuole introdurre la maternità surrogata

Daniel Serrão, esperto di bioetica, analizza le conseguenze di tale iniziativa

 

ROMA, mercoledì, 25 gennaio 2012 (ZENIT.org).- In un articolo pubblicato il 22 gennaio scorso, il quotidiano della Santa Sede, L'Osservatore Romano, si è soffermato sulla situazione creata in Portogallo da un disegno di legge sulla riproduzione assistita, che prevede anche l'approvazione del cosiddetto “utero in affitto” o “maternità surrogata”.

Il progetto sulla riproduzione assistita è stato presentato nel parlamento lusitano da vari partiti politici e contempla la possibilità di autorizzare la maternità surrogata, ma solo alle coppie di cui la donna non è in grado di concepire, come nel caso di mancanza dell'utero.

Per divisioni interne, la proposta non è stata approvata ma rimandata alla commissione competente per un nuovo esame.

Nel suo articolo, L'Osservatore Romano ha messo in guardia sulle implicazioni morali ed etiche che comporterebbe l'approvazione della maternità surrogata.

Il giornale cita Daniel Serrão, esperto in bioetica, secondo il quale la fecondazione medicalmente assistita cambia il significato stesso della genitorialità. In particolare, la cosiddetta “eterologa”, nella quale si ricorre a gameti di donatori esterni alla coppia, non offre al nascituro la garanzia di essere pensato dentro ad una relazione interpersonale esclusiva e si viola inoltre il suo diritto di conoscere la propria identità familiare.

La genitorialità viene frammentata in una molteplicità di figure: i genitori biologici, ossia i cosiddetti “donatori”, la gestante, i genitori sociali. Lo Stato “non può certo rendersi complice di questa distruzione delle relazioni”, ha detto l'esperto.

Daniel Serrão, professore emerito di Bioetica presso l'Università Cattolica Portoghese e membro della Pontificia Accademia per la Vita, ha criticato senza mezzi termini il nuovo progetto di legge sulla riproduzione assistita presentato nel Parlamento del Portogallo e soprattutto la regolamentazione e la legalizzazione della maternità surrogata, in cui una donna si presta di portare avanti la gravidanza di un ovulo già fecondato in vitro, al posto di un'altra donna fisiologicamente incapace di concepire.

Il biologo avverte della complessità del problema, dal punto di vista etico, biologico, psicologico, giuridico e sociologico, per tutti coloro che sono coinvolti nella procedura e osserva che il testo legislativo deve essere “molto accurato e completo”, dato che bisogna necessariamente “armonizzare e conciliare gli interessi della donna che si offre come 'spazio' per portare a termine una gravidanza, il diritto inviolabile del nascituro e gli interessi della coppia che utilizza questo procedimento”. Inoltre, la nuova legislazione non dovrebbe ridurre o addirittura eliminare, come un importante valore sociale, il legame tra identità sociale e identità biologica del nascituro, ben oltre al modello di pura efficienza pragmatica.

Secondo Daniel Serrão, indurre una donna a rimanere incinta attraverso il processo di trasferimento di un embrione formato in laboratorio (fecondazione extracorporea), con l'impegno “contrattuale” di consegnare il bambino dopo la nascita ad un'altra persona, ad una “altra madre”, apre due prospettive. Da un lato l'atto di amore e di generosità da parte di una donna che rinuncia al bambino che ha portato per nove mesi e lo consegna ai genitori biologici. Dall'altro lato, la manipolazione del desiderio di maternità di una donna, che per avere un figlio paga per il servizio. In questo senso – così ribadisce il biologo - in alcuni Paesi viene organizzata e promossa una vera e propria “industria per la produzione di bambini che vengono poi venduti”.

Riferendosi a recenti studi, Serrão ricorda che la funzione cerebrale della donna "cambia durante la gravidanza”, un fatto che lo rende molto difficile di separarsi dal neonato. Tuttavia, per queste madri “affittate” esistono altri problemi ed altri rischi legati alla gravidanza e al parto che “non si possono omettere”, perché fanno parte del dovere morale e della deontologia medica, come l'aborto spontaneo, il rischio per la gravidanza quando il feto ha gravi difetti genetici, incluso il fatto che la madre biologica può rifiutare di accogliere il bambino quando nasce con difetti congeniti o acquisiti.

Ma esiste anche la possibilità che per generosità o amore, o per un “automatismo” neurobiologico la madre surrogata decide, dopo il parto, di non consegnare il bambino alla madre biologica. Questo cambiamento di idea – così si chiede l'esperto - potrebbe avere conseguenze legali?

Il problema può assumere anche aspetti ancora più inquietanti: se la donna, che ha fatto ricorso alla maternità surrogata, decide di cambiare opinione, cosa accade con il feto? Il biologo portoghese disegna ancora altri scenari: se una coppia di genitori che hanno cercato la maternità surrogata divorzia durante la gravidanza, a chi andrà il bambino?

I problemi menzionati – così conclude il prof. Daniel Serrão - sono un esempio semplice ma incompleto. Il disegno di legge sulla procreazione medicalmente assistita non può eludere i fondamentali problemi etici, antropologici e sociologici sul diritto e la tutela della vita dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia e la visione della persona umana che va riconosciuta come “qualcuno” e non, purtroppo, come “qualcosa”.

In diverse occasioni, i vescovi del Portogallo hanno sottolineato che il progetto di legge sulla procreazione medicalmente assistita registra una insufficiente sensibilizzazione pubblica, essendo una questione “di grande importanza, di grande delicatezza e di enorme urgenza etica”. Pur riconoscendo la necessità di una legislazione in materia, i vescovi sentono “il dovere di dire che l'embrione deve essere rispettato”, assicurandogli protezione e dignità, identità ed integrità

Il ricordo della Shoah come messaggio ai giovani

La comunità ebraica propone interessanti e significative iniziative

 

di Eugenio Fizzotti

ROMA, giovedì, 26 gennaio 2012 (ZENIT.org).- In vista della Giornata della Memoria il Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah, in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha organizzato una Tavola rotonda sul tema: La Shoah e l’identità europea che ha avuto luogo martedì 24 gennaio 2012 nella Sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri con la partecipazione diAndrea Riccardi, Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Johannes Heil, Prorettore presso la Scuola di Studi Ebraici di Heidelberg, specialista di fama internazionale sul pregiudizio antiebraico, Valerio Castronovo, storico dell’economia e docente emerito di storia contemporanea presso l’Università di Torino, e Giovanni Maria Flick, Presidente emerito della Corte Costituzionale.

Attraverso un excursus storico/filosofico Johannes Heil ha evidenziato il pregiudizio antiebraico nei secoli radicato in Europa ed evoluto da pregiudizio religioso fino a divenire razzista e filosofico (l’ebreo cosmopolita, finanziere, rivoluzionario) con un approdo all’idea del complotto pluto-demo-giudaico. Da parte sua Valerio Castronovoha rappresentato la nascita della crisi economica e sociale degli anni ’30 e l’incontro di tale crisi con le ideologie totalitarie e nazionaliste, mentre Giovanni Maria Flick ha parlatodella risposta del mondo allo shock della Shoah, stabilendo (dal Processo di Norimberga in poi) nuovi parametri universali, fondando un nuovo diritto internazionale (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani), generando Istituzioni Giuridiche internazionali (Corti penali internazionali e/o europee) e modificando (in senso valoriale) il diritto costituzionale in gran parte dei paesi del mondo.

In vista delle celebrazioni del “Giorno della Memoria” della Shoah di domani, 27 gennaio 2012, il Ministero dell’Interno ha partecipato al “Convegno di studi in ricordo della Shoah”, che si è tenuto nella mattinata dello scorso 23 gennaio 2012 presso la Scuola Superiore dell’Amministrazione dell’Interno, diretta dal Prefetto Emilia Mazzuca, destinato alla carriera prefettizia e alle forze di polizia chiamate, nei rispettivi ambiti, ad affrontare il fenomeno dell’antisemitismo che ancora oggi presenta, purtroppo, sintomi di vitalità.

Dopo i qualificati interventi del Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, di Leone Elio Paserman, Presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma, di Giovanni Maria Flick, Presidente emerito della Corte Costituzionale e di Johannes Heil, Rettore della Hochschule für Judische Studien di Heidelberg, la conclusione del convegno è stata affidata al Professor Marcello Pezzetti, Direttore del Museo della Shoah di Roma, che dopo aver svolto il tema Per una storia della Shoah, coinvolgendo l’uditorio con metodologie multimediali, ha invitato tutti i presenti ad assistere a una rappresentazione teatrale dal titolo Racconta! per testimoniare il coraggio e la sofferenza delle donne che hanno subito l’atrocità delle persecuzioni naziste.

E lo stesso Marcello Pezzetti questa sera, 26 gennaio, inaugura nel Salone principale del Complesso Vittoriano una Mostra sui ghetti nazisti, che vuole ricordare, a settant’anni di distanza, l’anno 1942, anno dello sterminio sistematico degli ebrei, alla fine del quale la maggior parte di essi era già stata uccisa a Belzec, Sobibor, Treblinka, Kulmhof e Auschwitz-Birkneau, nei campi di lavoro, nei ghetti e per mezzo di fucilazioni di massa.

Come Pezzetti dichiara, «anche se la realtà dei ghetti è conosciuta dal grande pubblico grazie a film come Schindler’s List e Il pianista, è necessario approfondire i contorni di questa tragedia, soprattutto per l’alto numero di vittime che provocò. Occorre riflettere su come l’odio prodotto da anni di propaganda antisemita abbia causato in breve tempo un genocidio senza precedenti, del quale furono responsabili migliaia di uomini – non solo tedeschi. Pur trovandosi in una situazione estrema, gli ebrei cercarono di condurre una vita “normale”, organizzando mense collettive per i bisognosi, ospedali e scuole, festeggiando matrimoni e mettendo al mondo bambini. La reazione ebraica non si limitò a ciò: da una parte molti dirigenti dei cosiddetti “consigli ebraici” tentarono di far considerare agli occhi dei nazisti la vita degli ebrei prigionieri come “utile”, aumentando la produttività dei ghetti; dall’altra molti, in particolare giovani, scelsero altri metodi di resistenza, dal contrabbando di cibo alla lotta armata. Dunque gli ebrei furono sì delle vittime, ma non passive».

E nella stessa serata del 26 gennaio la Consulta della Comunità Ebraica di Roma in collaborazione con il Centro di Cultura, l’Ufficio Rabbinico e la Fondazione Museo della Shoah di Roma ha organizzato un’iniziativa alla quale saranno presenti i ragazzi delle scuole ebraiche romane che, coordinati dalla Prof.ssa Buccioli, nomineranno ciascuno 10 dei 200 ragazzi al di sotto dei 10 anni che sono stati deportati ad Auschwitz.

Di notevole interesse sarà la presenza di alcuni testimoni sopravvissuti: Sami Modiano, Piero Terracina, Lello Di Segni, Mario Limentani, Giuseppe Di Porto, Rosa Hannan, Andra e Tatiana Bucci, Joseph Varon e Shlomo Venezia, così come saranno fondamentali le testimonianze delle sorelle Bucci che avevano 4 e 5 anni al momento della deportazione.

L'evento, che sarà accompagnato dal coro del Tempio Maggiore e vedrà la presenza di Silva Shalom, Vice Primo Ministro dello Stato di Israele, desidera dare un messaggio di vita e non di tristezza con il passaggio delle Testimonianze della Memoria ai giovani, unica vera forza del mondo intero e non solo di quello ebraico.