03/03/2012

UDIENZA DEL MERCOLEDI'

images.jpg"Dalle tenebre il Signore farà sorgere il giorno nuovo"

 

La catechesi del Santo Padre durante l'Udienza Generale di questa mattina

 

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 22 febbraio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo di seguito la catechesi pronunciata oggi, Mercoledì delle Ceneri, da Papa Benedetto XVI in occasione dell'Udienza Generale, che si è svolta in mattinata nell'Aula Paolo VI in Vaticano.

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Cari fratelli e sorelle,

in questa Catechesi vorrei soffermarmi brevemente sul tempo della Quaresima, che inizia oggi con la Liturgia del Mercoledì delle Ceneri. Si tratta di un itinerario di quaranta giorni che ci condurrà al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, il cuore del mistero della nostra salvezza. Nei primi secoli di vita della Chiesa questo era il tempo in cui coloro che avevano udito e accolto l’annuncio di Cristo iniziavano, passo dopo passo, il loro cammino di fede e di conversione per giungere a ricevere il sacramento del Battesimo. Si trattava di un avvicinamento al Dio vivo e di una iniziazione alla fede da compiersi gradualmente, mediante un cambiamento interiore da parte dei catecumeni, cioè di quanti desideravano diventare cristiani ed essere incorporati a Cristo e alla Chiesa.

Successivamente, anche i penitenti e poi tutti i fedeli furono invitati a vivere questo itinerario di rinnovamento spirituale, per conformare sempre più la propria esistenza a quella di Cristo. La partecipazione dell’intera comunità ai diversi passaggi del percorso quaresimale sottolinea una dimensione importante della spiritualità cristiana: è la redenzione non di alcuni, ma di tutti, ad essere disponibile grazie alla morte e risurrezione di Cristo. Pertanto, sia coloro che percorrevano un cammino di fede come catecumeni per ricevere il Battesimo, sia coloro che si erano allontanati da Dio e dalla comunità della fede e cercavano la riconciliazione, sia coloro che vivevano la fede in piena comunione con la Chiesa, tutti insieme sapevano che il tempo che precede la Pasqua è un tempo di metanoia, cioè del cambiamento interiore, del pentimento; il tempo che identifica la nostra vita umana e tutta la nostra storia come un processo di conversione che si mette in movimento ora per incontrare il Signore alla fine dei tempi.

Con una espressione diventata tipica nella Liturgia, la Chiesa denomina il periodo nel quale siamo entrati oggi «Quadragesima», cioè tempo di quaranta giorni e, con un chiaro riferimento alla Sacra Scrittura ci introduce così in un preciso contesto spirituale. Quaranta è infatti il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo Testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del Popolo di Dio. E’ una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse. Questo numero non rappresenta un tempo cronologico esatto, scandito dalla somma dei giorni. Indica piuttosto una paziente perseveranza, una lunga prova, un periodo sufficiente per vedere le opere di Dio, un tempo entro cui occorre decidersi ad assumere le proprie responsabilità senza ulteriori rimandi. E’ il tempo delle decisioni mature.

Il numero quaranta appare anzitutto nella storia di Noè.Gen 7,4.12; 8,6). Poi, la prossima tappa: Mosè rimane sul monte Sinai, alla presenza del Signore, quaranta giorni e quaranta notti, per accogliere la Legge. In tutto questo tempo digiuna (cfr Es 24,18). Quaranta sono gli anni di viaggio del popolo ebraico dall’Egitto alla Terra promessa, tempo adatto per sperimentare la fedeltà di Dio. «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni… Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni», dice Mosè nel Deuteronomio alla fine di questi quarant'anni di migrazione (Dt 8,2.4). Gli anni di pace di cui gode Israele sotto i Giudici sono quaranta (cfr Gdc 3,11.30), ma, trascorso questo tempo, inizia la dimenticanza dei doni di Dio e il ritorno al peccato. Il profeta Elia impiega quaranta giorni per raggiungere l’Oreb, il monte dove incontra Dio (cfr 1 Re 19,8). Quaranta sono i giorni durante i quali i cittadini di Ninive fanno penitenza per ottenere il perdono di Dio (cfr Gn 3,4). Quaranta sono anche gli anni dei regni di Saul (cfr At 13,21), di Davide (cfr 2 Sam 5,4-5) e di Salomone (cfr 1 Re 11,41), i tre primi re d’Israele. Anche i Salmi riflettono sul significato biblico dei quaranta anni, come ad esempio il Salmo 95, del quale abbiamo sentito un brano: «Se ascoltaste oggi la sua voce! "Non indurite il cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere. Per quarant'anni mi disgustò quella generazione e dissi: sono un popolo dal cuore traviato, non conoscono le mie vie"» (vv. 7c-10).

Nel Nuovo Testamento Gesù, prima di iniziare la vita pubblica, si ritira nel deserto per quaranta giorni, senza mangiare né bere (cfr Mt 4,2): si nutre della Parola di Dio, che usa come arma per vincere il diavolo. Le tentazioni di Gesù richiamano quelle che il popolo ebraico affrontò nel deserto, ma che non seppe vincere. Quaranta sono i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al Cielo e inviare lo Spirito Santo (cfr At 1,3).

Con questo ricorrente numero di quaranta è descritto un contesto spirituale che resta attuale e valido, e la Chiesa, proprio mediante i giorni del periodo quaresimale, intende mantenerne il perdurante valore e renderne a noi presente l’efficacia. La liturgia cristiana della Quaresima ha lo scopo di favorire un cammino di rinnovamento spirituale, alla luce di questa lunga esperienza biblica e soprattutto per imparare ad imitare Gesù, che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto insegnò a vincere la tentazione con la Parola di Dio. I quarant’anni della peregrinazione di Israele nel deserto presentano atteggiamenti e situazioni ambivalenti. Da una parte essi sono la stagione del primo amore con Dio e tra Dio e il suo popolo, quando Egli parlava al suo cuore, indicandogli continuamente la strada da percorrere. Dio aveva preso, per così dire, dimora in mezzo a Israele, lo precedeva dentro una nube o una colonna di fuoco, provvedeva ogni giorno al suo nutrimento facendo scendere la manna e facendo sgorgare l’acqua dalla roccia. Pertanto, gli anni trascorsi da Israele nel deserto si possono vedere come il tempo della speciale elezione di Dio e della adesione a Lui da parte del popolo: tempo del primo amore. D’altro canto, la Bibbia mostra anche un’altra immagine della peregrinazione di Israele nel deserto: è anche il tempo delle tentazioni e dei pericoli più grandi, quando Israele mormora contro il suo Dio e vorrebbe tornare al paganesimo e si costruisce i propri idoli, poiché avverte l’esigenza di venerare un Dio più vicino e tangibile. E' anche il tempo della ribellione contro il Dio grande e invisibile.

Questa ambivalenza, tempo della speciale vicinanza di Dio - tempo del primo amore -, e tempo della tentazione – tentazione del ritorno al paganesimo -, la ritroviamo in modo sorprendente nel cammino terreno di Gesù, naturalmente senza alcun compromesso col peccato. Dopo il battesimo di penitenza al Giordano, nel quale assume su di sé il destino del Servo di Dio che rinuncia a se stesso e vive per gli altri e si pone tra i peccatori per prendere su di sé il peccato del mondo, Gesù si reca nel deserto per stare quaranta giorni in profonda unione con il Padre, ripetendo così la storia di Israele, tutti quei ritmi di quaranta giorni o anni a cui ho accennato. Questa dinamica è una costante nella vita terrena di Gesù, che ricerca sempre momenti di solitudine per pregare il Padre suo e rimanere in intima comunione, in intima solitudine con Lui, in esclusiva comunione con Lui, e poi ritornare in mezzo alla gente. Ma in questo tempo di "deserto" e di incontro speciale col Padre, Gesù si trova esposto al pericolo ed è assalito dalla tentazione e dalla seduzione del Maligno, il quale gli propone una via messianica altra, lontana dal progetto di Dio, perché passa attraverso il potere, il successo, il dominio e non attraverso il dono totale sulla Croce. Questa è l'alternativa: un messianesimo di potere, di successo, o un messianesimo di amore, di dono di sé.

Questa situazione di ambivalenza descrive anche la condizione della Chiesa in cammino nel "deserto" del mondo e della storia. In questo "deserto" noi credenti abbiamo certamente l’opportunità di fare una profonda esperienza di Dio che rende forte lo spirito, conferma la fede, nutre la speranza, anima la carità; un’esperienza che ci fa partecipi della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte mediante il Sacrificio d’amore sulla Croce. Ma il "deserto" è anche l’aspetto negativo della realtà che ci circonda: l’aridità, la povertà di parole di vita e di valori, il secolarismo e la cultura materialista, che rinchiudono la persona nell’orizzonte mondano dell’esistere sottraendolo ad ogni riferimento alla trascendenza. E’ questo anche l’ambiente in cui il cielo sopra di noi è oscuro, perché coperto dalle nubi dell’egoismo, dell’incomprensione e dell’inganno. Nonostante questo, anche per la Chiesa di oggi il tempo del deserto può trasformarsi in tempo di grazia, poiché abbiamo la certezza che anche dalla roccia più dura Dio può far scaturire l’acqua viva che disseta e ristora.

Cari fratelli e sorelle, in questi quaranta giorni che ci condurranno alla Pasqua di Risurrezione possiamo ritrovare nuovo coraggio per accettare con pazienza e con fede ogni situazione di difficoltà, di afflizione e di prova, nella consapevolezza che dalle tenebre il Signore farà sorgere il giorno nuovo. E se saremo stati fedeli a Gesù seguendolo sulla via della Croce, il chiaro mondo di Dio, il mondo della luce, della verità e della gioia ci sarà come ridonato: sarà l’alba nuova creata da Dio stesso. Buon cammino di Quaresima a voi tutti!

[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto le Ancelle del Sacro Cuore di Gesù riunite per il Capitolo Generale, i Diaconi di Milano e i vari gruppi parrocchiali: vi invito tutti a costruire sempre la vostra vita secondo la logica del Vangelo, la logica del "non conformismo cristiano". Saluto con affetto la delegazione dei Mondiali Juniores di Sci come pure i rappresentanti della Lega italiana contro i tumori a novant’anni dalla fondazione. Il gesto dell’imposizione delle Ceneri, che segna l’inizio della Quaresima, ci invita a guardare con più umiltà a noi stessi per ricentrare la nostra vita su Dio. Un cordiale benvenuto agli avvocati dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana: vi esorto a svolgere il vostro lavoro seguendo sempre i criteri di amore alla giustizia e di servizio al bene comune.

Saluto infine i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. La Quaresima è un tempo favorevole per intensificare la vostra vita spirituale: la pratica del digiuno vi sia di aiuto, cari giovani, per acquisire un sempre maggiore dominio su voi stessi; la preghiera sia per voi, cari ammalati, il mezzo per affidare a Dio le vostre sofferenze e sentirlo sempre vicino; le opere di misericordia, infine, aiutino voi, cari sposi novelli, a vivere la vostra esistenza coniugale aprendola alle necessità dei fratelli. Buona Quaresima a tutti!

[© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana]

L'amore coniugale sorgente dell'azione educativa per le nuove generazioni (Seconda Parte)

"Dialoghi in Cattedrale": l'intervento della psicologa Eugenia Scabini

 

ROMA, sabato, 3 marzo 2012 (ZENIT.org) - Riportiamo di seguito la seconda ed ultima parte dell'intervento della psicologa Eugenia Scabini, direttore del Centro studi e ricerche sulla famiglia dell'Università Cattolica, durante la serata inaugurale dei "Dialoghi in Cattedrale", che si sono svolti l'altro ieri, giovedì 1 marzo, nella basilica romana di San Giovanni in Laterano.

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Nella Familiaris Consortio è espresso chiaramente il concetto che una persona non si realizza da sé e che il rapporto con l’altro è fondamentale per la realizzazione di sé. Giovanni Paolo II, riprendendo l’enciclica Redemptor Hominis dice “l’uomo rimane per se stesso un essere incomprensibile se non si incontra con l’amore, se non lo sperimenta, se non lo fa proprio, se non vi partecipa veramente”. Egli poi con grande chiarezza afferma che questo principio generale trova una sua applicazione specifica nel rapporto di coppia.

Dice testualmente “l’amore tra un uomo e la donna nel matrimonio e, in forma derivata e allargata, l’amore tra i membri della stessa famiglia tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra parenti e familiari è animato e sospinto da un interiore e incessante dinamismo che conduce la famiglia a una comunione sempre più profonda e intensa, fondamento ed anima della comunità coniugale e familiare”.

Vorrei che non ci sfuggisse la centralità dell’amore coniugale che è fondamento anche dell’amore ai figli (dice infatti che quest’ultimo è derivata dal primo).

Oggi siamo psicologicamente in una posizione rovesciata su questo punto. Il legame coi figli è avvertito ancora dai più come indissolubile mentre quello coniugale è avvertito come facilmente scioglibile. E’ facile capire che non si può essere ex genitori, che il legame col figlio è per sempre, mentre siamo in difficoltà a capire che il legame col coniuge ha una sua eternità.

Ma forse possiamo lo stesso seguire la piega dei tempi e recuperare il rapporto di coppia attraverso il figlio.

Infatti il figlio reclama i suoi genitori e ci richiama alla importanza del legame tra di loro.

I figli per crescere, per svilupparsi adeguatamente hanno bisogno non solo di avere un buon padre e una buona madre ma hanno anche bisogno di vedere, di sperimentare, un buon legame tra il padre e la madre. Il figlio è il frutto del loro amore e questo è la prima culla psichica che dà consistenza al piccolo dell’uomo che viene alla luce e che per potersi sviluppare adeguatamente ha bisogno di legami affidabili.

L’azione educativa nasce e può fiorire adeguatamente se può poggiare sulla base sicura di un legame coniugale forte che sa affrontare le prove.

Ho detto appositamente che sa affrontare le prove. Penso che sia importante parlare di amore coniugale non nel senso di una retorica quanto irrealistica, automatica intesa d’amorosi sensi. Il rapporto coniugale vive di prove superate, non del compito impossibile di cambiare l’altro, né di idealizzarlo. Ciascuno di noi ha bisogno di essere amato per quello che è ed il rapporto coniugale può essere una importantissima risorsa se sappiamo nutrirlo e rinnovarlo in ogni stagione della vita, sapendolo costruire quotidianamente, sapendo rinnovare il dono sincero di sé, anche attraverso il perdono reciproco.

A differenza della rappresentazione massmediatica della vita familiare che ondeggia tra immagini di rapporti coniugali fusionali ed edulcorati e rapporti violenti, la Chiesa ci propone con realismo una strada di paziente costruzione di un legame di comunione.

La Chiesa non ignora come “l’egoismo, il disaccordo, le tensioni e i conflitti aggrediscano violentemente e a volte colpiscano mortalmente la comunione” (Familiaris Consortio). Ma ci richiama a non soccombere a queste difficoltà e a far uso di comprensione, perdono, riconciliazione e anche di spirito di sacrificio. E’ capace di educazione verso i figli , non tanto un amore coniugale che non ha vissuto travagli e prove ma piuttosto un amore coniugale che ha saputo affrontarle. E’ anche di grande testimonianza ai figli un amore tenace che sa rilanciare la fiducia e la speranza dopo che si è momentaneamente persa.

Ma dove la coppia coniugale può trovare la forza per superare gli ostacoli, per ritrovare l’amore? Non solo da se stessa ma piuttosto facendo riferimento ad un amore che ci ha preceduto.

“Dio ci ha amati per primi” così è l’esordio della Deus Caritatis Est. L’amore coniugale e familiare si radica nel grande mistero della paternità del nostro Dio.

La base sicura della famiglia umana sta in qualcosa che vive al suo interno, nel suo profondo, ma che la eccede radicalmente. Una dolce e al tempo stesso paternità (Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie parla di dolcissime parole del Padre Nostro) ci precede: precede i figli ma anche i coniugi-genitori.

E’ su questa base sicura che la famiglia umana, pur nelle sue incertezze, incoerenze, fragilità, può contare.

Il dono di sé dei coniugi tra loro e verso i figli non nasce dal nulla né pure è un atto eroico di generosità ma è piuttosto una risposta grata a un dono precedentemente ricevuto. Da questa prospettiva ampia e liberante può nascere un progetto educativo verso i figli che non sia solo preoccupato di appagarli nell’immediato, di soddisfarli in tutte le loro richieste per timore di perdere il loro affetto, ma che sappia anche lanciarli in avanti verso una mèta.

Il figlio in questa prospettiva assume una nuova dignità e valore, non è tanto e solo il bambino da possedere e controllare e in ultima analisi da attirare a sé. Daniel Marcelli parla in questo caso dell’educazione che si trasforma in seduzione, è il se-ducere che prevale e oscura il e-ducere. Il bambino-figlio è invece un soggetto in crescita da condurre fuori di sé per introdurlo nella realtà. Questa bella espressione di Papa Benedetto XVI traduce benissimo l’etimologia della parola educazione. In questa concezione il figlio assume le caratteristiche di una nuova generazione da consegnare alla storia familiare e sociale. La coppia coniugale in questo suo compito educativo si trova a svolgere un ruolo importantissimo di mediatore generazionale. Essa è al centro del passaggio tra le generazioni poiché è chiamata a trasmettere e a trasformare, innovandolo, il patrimonio materiale, affettivo e morale delle generazioni precedenti e consegnarlo alle successive. Questo il suo grande compito educativo che è propriamente il proseguimento del dar vita, un modo di continuare a generare, rigenerando.

L'amore coniugale sorgente dell'azione educativa per le nuove generazioni I parte

"Dialoghi in Cattedrale: l'intervento della psicologa Eugenia Scabini

 

ROMA, venerdì, 2 marzo 2012 (ZENIT.org) - Riportiamo di seguito la prima parte dell'intervento della psicologa Eugenia Scabini, direttore del Centro studi e ricerche sulla famiglia dell'Università Cattolica, durante la serata inaugurale dei "Dialoghi in Cattedrale", che si sono svolti ieri sera, giovedì 1 marzo, nella basilica di San Giovanni in Laterano.

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Il tema che trattiamo oggi è tra i più impegnativi perché non solo mette al centro la parola amore, parola impegnativa, ma soprattutto perché di tale amore vede il versante della coppia.

Oggi il legame coniugale è l’asse più debole della famiglia come testimoniato dal crescente numero di separazioni e di divorzi ma anche della diminuzione dei matrimoni.

Come sappiamo il numero delle separazioni e dei divorzi è in continua crescita. Per avere un’idea dell’ordine dei cambiamenti basti dire che nel 1995 il rischio che un matrimonio finisse in separazione era del 15,8% e il rischio che finisse in divorzio dell’8% mentre nel 2008 gli stessi indicatori sono saliti al 28,6% e al 17,9%.

Il numero di matrimoni celebrato in un anno è passato da oltre 400mila nel 1971 a poco meno di 220mila nel 2010 e, nello stesso arco temporale, la propensione a sposarsi si è ridotta del 40% tanto da far dire che se dovessero sedimentarsi i modelli di comportamento osservati in questi anni giungerebbe a contrarre matrimonio non più del 50-60% dei giovani italiani.

Non solo quindi la relazione tende a spezzarsi, a non resistere al passare del tempo, ma addirittura tende a non nascere o a vivere in forma debole (si usa dire “coppia di fatto”) senza che l’impegno verso l’altro venga assunto pubblicamente, cioè con una responsabilità esplicita verso la società (salvo pretenderne i diritti).

Vorrei spendere qualche parola su quest’ultimo fatto e cioè la diminuzione dei matrimoni (non solo religiosi ma anche civili), indice della difficoltà di vedere l’importanza del legame di coppia, del coniugio, una difficoltà per così dire all’origine forse più sintomatica della più nota difficoltà a mantenere nel tempo il legame.

Possiamo dire che la difficoltà è addirittura nel formulare la promessa, nel dire “ti prometto”, prima ancora che essere una difficoltà nel mantenersi fedeli l’un l’altro.

Sappiamo che parte del fenomeno è da attribuirsi alla cosiddetta sindrome del ritardo che affligge i giovani soprattutto nel nostro Paese.

Il prolungamento degli studi, (il nostro cosiddetto 3+2…), il difficile inserimento nel mondo del lavoro, spesso precario, la difficoltà di trovare una casa tendono a posporre il tempo della scelta del matrimonio, si finisce spesso così a logorare il legame affettivo indebolendo il desiderio di dare ad esso una forma definitiva. Attualmente la durata media del periodo di fidanzamento è di 5 anni mentre negli anni ’70 era poco più di 3 anni.

Va anche rilevato un ulteriore esito di questo ritardo nelle scelte, spesso non coscientemente valutato. Mi riferisco al fatto che con il passare degli anni, come è noto, diminuisce drasticamente la probabilità-capacità generativa, non ultima causa del calo vistoso della natalità. Vero e proprio dramma sociale come abbiamo rilevato nel volume “Il cambiamento demografico”, del Comitato del Progetto Cultrale della CEI.

I fattori sociostrutturali che concorrono a creare questo ritardo nelle scelte definitive della vita vanno senz’altro tenuti in considerazione ma non sono tutto. Essi sono accompagnati e attraversati da una dimensione antropologico-culturale su cui vorrei soffermarmi : da che cosa dipende la difficoltà nell’assumersi un impegno definitivo?

Quello che è in gioco oggi è il concetto stesso di identità adulta. Cosa vuol dire essere adulti, cosa vuol dire essere una persona matura?

Sono incerti nel rispondere a questa domanda sia i giovani che gli adulti, sia i figli che i genitori.

Essere adulti nella società odierna vuol dire fondamentalmente essere economicamente indipendenti. Il resto pare un optional.

La scelta e l’impegno di dar vita a un progetto matrimoniale è vissuta prevalentemente come scelta rischiosa (e questo è comprensibile) ma, è questo è più grave, si tratta un rischio che non si sa se vale la pena di correre.

Il clima fortemente individualistico della nostra odierna società unitamente alla propensione al consumo veloce di tutto ciò che ci viene consegnato porta ad una idea di realizzazione di sé di tipo narcisistico ed emozionale che mette in ombra l’importanza dell’altro e della relazione come via della propria realizzazione.

E questo si sente soprattutto nel legame coniugale che ha come sfida e compito quello di mettere insieme, collegare, armonizzare due persone che sono differenti, non solo per storia familiare ma anche per struttura di genere.

Un uomo e una donna sono invece in un certo senso due universi, due modi differenti di sentire il mondo e la società odierna così apparentemente aperta a far spazio al diverso è invece in difficoltà nel costruire un legame come quello coniugale che ha al centro la differenza sessuale.

E così, passato il tempo più o meno breve dell’innamoramento che tende per sua natura ad enfatizzare gli aspetti di somiglianza e di facile intesa, i due partner sono in difficoltà ad accettare l’alterità dell’altro, la sua differenza, la sua non omologabilità, la sua non totale coincidenza con le proprie aspettative. La relazione di coppia pare poter vivere solo sul versante affettivo e non su quello etico. A dire il vero il versante affettivo è vissuto in senso depotenziato come un fatto puramente emozionale.

Più che di affetti (parola che ha intrinsecamente il riferimento all’altro poiché etimologicamente afficio vuol dire essere colpito da) si tratta di emozioni. Il legame affettivo è in questo caso centrato su quello che il soggetto prova più che sulla presenza dell’altro che colpisce.

Diventa così cruciale il passaggio dall’innamoramento all’amore che richiede una trasformazione sia degli aspetti affettivi (che possono assumere altri toni oltre a quelli passionali) che di quelli etici, di impegno “ per sempre”.

Occorre perciò un viraggio culturale forte e un recupero deciso dell’importanza e del valore del legame coniugale ai fini della realizzazione di sé.